“and your journey is just about to begin”

“and I’m absolutely confident that all of you are gonna do amazing things in your life.

wherever you guys end up, you’re just gonna do great things.

I’m really proud of all of you-

and the most important thing you need to know

is that your journey is just about to begin.

you’ve just started. and that’s been my source of hope.”

best speech ever.

there’s no better man than the crying man.

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la foto più bella di questa vittoria elettorale

secondo me è questa.

una coppia gay abbracciata aspetta con ansia i risultati, a pochissimi metri da dove parlerà il Presidente.


ma se c’è una foto che non avete visto sui giornali, probabilmente è questa. che credo racconti meglio di ogni altra cosa l’uomo Obama, ancor prima del Presidente. quando tutti avevano già lasciato il palco ed era già piovuto fino all’ultimo coriandolo. lui era ancora lì. a mandare un ultimo saluto alla sua gente. quasi sentisse l’urgenza di assicurarsi che arrivasse proprio a ciascuno dei presenti, nessuno escluso. e certo, lo sappiamo tutti, Obama è un grande comunicatore. ma mi pare proprio che, oltre a questo, sia anche una grandissima persona.

il ritorno

AVVISO: questo post è qualche riga più lungo del solito, ma ne vale la pena. e per chi arriva fino in fondo c’è una chicca da non perdere 😉

col treno che mi porta all’aeroporto mi fermo anche in California. MAGARI.

è sempre difficile lasciare il suolo americano.

divento schifosamente emotiva, mi commuovo per ogni cagata.

ad esempio per la coincidenza di aver trovato, al gate, un tizio con un sacchetto della migros,

il nostro supermercato del cuore, che esiste solo in svizzera.

il volo da chicago è andato benone,

per un’ora ho dormito come un sasso

e per un’altra ho fatto la settimana enigmistica.

avevo comprato anche il blocco, all’andata

non mi son fatta mancare nulla.

ma non son riuscita a fare nemmeno un rebus in tutta la settimana.

in effetti eravamo troppo impegnati a vincere le elezioni. 😉

come si fa a non amare questo paese, dopo tutto?

ma certo che ci sono mille criticità,

che anche il buon barack non è che possa essere

il mio candidato ideale da tutti i punti di vista.

insomma, io son di sinistra, e la sinistra per molti versi è un’altra roba-

l’imperialismo sotteso ad ogni politica estera americana

mi urta i nervi. e nonostante Obama sia di tutt’altra pasta,

non sfugge totalmente a questa tendenza nemmeno lui.

ma ripeto, sarei pazza se dimenticassi che il contesto politico è abissalmente diverso

dal nostro, e che non posso applicare gli stessi criteri di giudizio.

e poi, cm’on, è pur sempre un Presidente americano che oggi ha detto che i ricchi devono pagare più tasse.

cristo, qui il PD non riesce nemmeno a dire PATRIMONIALE a voce alta.

dicevo, ma come si fa a non amare un paese in cui

la verdura esposta al supermercato viene automaticamente spruzzata con acqua perché rimanga fresca,

in cui all’aeroporto ci sono dei colonnini appositi per ricaricarsi il telefonino,

e dove al cinema hanno i posti più comodi riservati per i disabili?

è un paese terribilmente naive, è un paese che deve imparare a cambiare radicalmente

il proprio stile di vita e di consumo (come tutti noi, del resto),

e che sta finalmente cominciando ad avere il coraggio di dirselo,

è un paese spesso ignorante ed autoreferenziale.

ma è un paese straordinariamente UMANO.

in cui la gente si saluta ancora per strada e negli ascensori,

che una roba così a milano se la sognano.

l’approccio è completamente diverso.

a tratti sembrerebbe forzosamente superficiale,

costruito, ma in realtà si tratta di una sensibilità diversa.

e da cui forse avremmo qualcosa da imparare.

l’affetto che ho ricevuto in questi giorni da completi sconosciuti

è qualcosa che non credo avrei potuto vedere in Italia.

la capacità pragmatica di mettersi al lavoro per un obiettivo comune

e costruire relazioni immediate ed immediatamente forti attorno a questo.

la sola idea di quelle telefonate fatte a casa di completi sconosciuti

per indirizzar loro un accorato appello a votare Obama,

raccontando le proprie ragioni,

riportata da noi farebbe ridere.

ma la naturalezza con cui le centinaia di volontari che mi son passati di fronte hanno affrontato questo compito

la dice lunga sulla differenza umana che sto cercando di tratteggiare,

di afferrare, ma le cui sfumature ancora mi sfuggono.

è un paese di rozzi educatissimi.

che non si dimenticano mai di offrirti una caramella

se ne prendono una per loro, ma al contempo ruttano per strada

e si grattano il culo.

prima sono atterrata a new york e non sono potuta uscire

dall’aeroporto. che frustrazione.

new york la bella, la ferita.

ricoperta da una coltre di neve dell’ultima tempesta,

ma col sole. stretta al cuore.

pensiero a chi ha perso tutto in poche ore.

mentre mi imbarcavo, poi,

ed ero tutta presa a dare al momento il consueto pathos

da saluto alla terra paterna,

allungo la carta d’imbarco allo stewart di american airlines

e lui mi risponde „thanks, baby“.

e con due parole ha letteralmente DISINTEGRATO

tutto il pathos.

invece delle lacrime me ne vado incredula con un sorriso.

sull’aereo per milano mi siedo accanto ad una signora

che più avanti mi accorgo non essere né italiana né americana.

dai lineamenti mi pare venga dall’est,

e che non capisca una parola né d’inglese né d’italiano.

ovviamente, in mezzo ai soliti zarri italiani di ritorno da new york,

tra cui uno che ho beccato mentre si fotografava con l’ipad le scarpe nuove di pacca,

la signora dell’est ha destato tutta la mia curiosità.

ho cominciato dalle ipotesi più probabili per poi scivolare inevitabilmente nella fantascienza.

il figlio vive a new york e si è sposato là, è la prima volta che vola ma non poteva mancare.

trasporta della droga per conto della criminalità organizzata.

è una spia. è il KGB.

a un certo punto ci portano degli stuzzichini che lei non riesce ad aprire.

mi offro di darle una mano e si crea una strano linguaggio

fatto di gesti, che se ci metti che quando lascio il suolo americano

mi commuovo per ogni cagata probabilmente mi metto a piangere dalla commozione.

ci manca solo che cominciamo a mimarci la storia della nostra vita.

insomma, non riesco nemmeno io ad aprirle sti cazzo di stuzzichini.

allora passa la hostess americanissma, sulla sessantina.

le chiedo un aiuto. lei prova, mi conferma che è in effetti un po’ duro.

e poi succede l’inverosimile.

la hostess si porta il pacchetto alla bocca, lo apre con un colpo secco di denti, e lo riallunga alla mia vicina.

„sorry about that“

io allibita.

l’ha fatto davvero.

rozzi educatissimi, ve l’avevo detto.

un’umanità diversa.

ad ogni modo, la mia misteriosa vicina mi ringrazia

con uno „spasiba“ e capisco che dev’essere russa.

ok, seriamente, che ci fa una donna russa, sola,

che non parla una parola di inglese né di italiano,

su un aereo da new york a milano?

è la madre di un boss della mafia russa a new york

che le ha pagato il volo per andare a trovarlo?

perché tiene la borsa sulle ginocchia

e non la molla nemmeno per mangiare?

nemmeno ora che sta dormendo?

COSA C’È NELLA BORSA?

mi fa una tenerezza invereconda,

prima guardava le immagini dello schermo che passa

„the amazing spiderman“ (bella merda, tra l’altro),

ma quando le offro le cuffiette, mi fa cenno di no

con la testa, sorridendo.

quando ci portano la cena ci chiedono „pasta or beef?“

e io per esperienza dico „beef“.

lei fa solo cenno di sì con la testa

e quindi allungano il beef anche a lei.

senza saperlo l’ho salvata.

guarda quella sottospecie di pasto

e mi sorride complice,

come a dire “manco da noi in siberia”.

di questo passo se a fine volo stiamo chiaccherando in russo non mi stupisco.

quando comincio a commuovermi anche per alcune scene a caso di spiderman,

capisco che forse ho uno sfasamento ormonale.

o forse è solo che ogni tanto non posso fare a meno

di ripensare a martedì sera,

a quell’omino magro magro che avevo a cinque metri,

che mi è sembrato anche lui così umano, per essere il leone che è.

e che ancora sento risuonare le sue parole epiche, l’eco degli applausi dei 16’000.

le lacrime, forti e calde. e benvenute.

e condivise.

mi mancherai, america.

che god ti blessi veramente,

nonostante tutto.

che tu possa crescere

e maturare,

e avere il coraggio di seguire fino in fondo

le linee tracciate da quello straordinario omino magro

che secondo me può fare grandi cose,

e può svegliare un paese terribilmente naive

dai sogni sbagliati, per realizzare quelli giusti.

quelli condivisi da tutti, senza frontiere,

quelli della mia generazione e di quelle dopo.

e per realizzarli anche prima di altri.

c’è una frase, in particolare, che mi ha emozionato

perché l’ho sentita dire a tante persone diverse martedì sera,

con la voce rotta dall’emozione,

e che mi ritorna in mente mentre

l’alba sulle alpi ci regala uno scenario mozzafiato.

la frase è: “they couldn’t buy it.

they couldn’t buy this election. they simply couldn’t.”

vero. la signora russa, pensando che dormissi,

mi tocca delicatamente il ginocchio

per avvertirmi che ci stanno portando da bere.

una premura dolcissima.

“coffee or tea?” “tea”, dico io. lei invece annuisce e basta.

la hostess le chiede: “sugar or milk?” lei guarda me disorientata.

io: “yes, sugar please.”

lei mi sorride,

ci beviamo il nostro té insieme,

guardando le alpi,

e non sapremo mai niente

l’una dell’altra.

ma è stupendo anche così.

e visto che questo post è stato troppo lungo,

voglio premiare chi è arrivato fino in fondo

con una chicca.

arrivata a lugano, ho completato la mia ultima missione.

portare a mio padre un biscotto da parte di mia cugina.

questo biscotto qui.

FOTTUTI GENI.

ci sentiamo ancora quando finisco di montare il video, keep in touch!

si parte

si torna a casa. ciao chicago, ti lascio con il cuore pieno di cose.

ci risentiamo da lì con i dettagli che ho perso per strada,

altre foto e il video che dovrò montare in volo.

un abbraccio a tutti coloro che mi hanno seguito,

è stato un enorme piacere condividere l’ansia con voi.

e la vittoria, soprattutto.

 

e.

“we are and forever will be”

oggi mi sono presa una giornata libera,

domani riparto ed avevo bisogno di elaborare,

di lasciar decantare una serata densa come quella di ieri.

abbiamo lavorato al quartier generale fino alle 6,

chiamavamo ancora come pazzi in Iowa e Wisconsin (che tra l’altro abbiamo vinto ampiamente!)

poi io, Luca ed Elio ci siamo incamminati verso il Mc Cormick Place.

la struttura è imponente, a metà tra uno stadio, un’astronave ed un gigantesco centro commerciale.

una volta arrivati, abbiamo seguito i cartelli per gli special guest

e abbiamo cominciato a fare la fila per passare il primo di almeno 18 controlli diversi.

tutto organizzatissimo, ci si muoveva tra i cordoni

ed ogni ospite era esattamente dove si aspettavano che fosse.

lasciamo le giacche al guardaroba, in una stanza grande come montecitorio.

passiamo in un’altra sala, poi un’altra,

poi le scale mobili, accanto a noi una fontana (sì, proprio così)

che sputa l’acqua in alto (giuro),

soprannominata per l’appunto SPUTAZZI FOR OBAMA,

un altro lungo corridoio,

il fatidico metal detector (ora che tolgo tutto dalle tasche saranno le elezioni del 2016)

un altro corridoio, soffitti altissimi e suggestivi striscioni FORWARD sopra le teste.

finalmente entriamo nel salone centrale e c’è già una marea di persone.

l’impatto visivo è enorme. questi i posti li sanno scegliere, non c’è che dire.

è tutto tinto di blu e rosso, con alcuni megaschermi per seguire i risultati.

noi prendiamo la corsia per gli special e honored guest,

e ci ritroviamo d’improvviso su un tappeto rosso,

con tanto di giornalisti e riflettori.

e lì c’è stato uno dei momenti più belli della mia serata.

mentre percorrevo questo mini red carpet verso la nostra zona,

mi giro e vedo alcune delle volontarie con cui ho lavorato in questi giorni,

e allora cominciamo  a urlare tutte come invasate,

per la gioia di ritrovarci lì,

in mezzo a 16’000 persone. e la stampa che ci guarda e non capisce.

dopo i saluti, dritti fino alla nostra zona.

ora.

immaginate la mia faccia quando, arrivati al nostro posto, ci siamo trovati

a 5 metri dai microfoni che avrebbe usato il Presidente.

regalo infinito.

intorno a noi non si respira tensione, ma aria di festa.

chiunque abbia scelto il repertorio musicale da propinarci nell’attesa ha tutta la mia stima,

siam passati con scioltezza da springsteen, ai florence and the machine, da michael jackson  ai migliori pezzacci di dance anni settanta.

il posto si riempiva sempre di più, e ogni volta che arrivava un risultato positivo su uno stato, si alzava un urlo generale,

spesso, come quattro anni fa a Grant Park, senza nemmeno sapere bene perché.

eppure per almeno un’oretta buona, siccome arrivavano prima i risultati dei “red states”,

avevamo un dato che vedeva in vantaggio romney di una ventina di grandi elettori.

ma nel frattempo i dati in arrivo dalle consultazioni per il senato erano rassicuranti,

e sulla notizia del seggio vinto da elizabeth warren si è scatenato il putiferio.

durante la lunga attesa, oltre al delizioso repertorio vintage,

continuavano a passare i video della campagna di obama

ed altri spezzoni di discorsi, anche di michelle e joe biden.

ovviamente applausi e risate a scroscio.

poi, siccome gli americani fondamentalmente sono invasati,

è arrivato un tizio che si è girato verso un’enorme bandiera americana

che stava alla nostra sinistra, sopra i palchi con la tifoseria a sedere,

ed ha cominciato a fare un giuramento.

il che, non fosse abbastanza sconcertante già di per sé,

ci ha lasciati a bocca aperta quando le altre 16’000

persone intorno a noi hanno cominciato a spiattellare

il giuramento a memoria insieme a lui.

dopo il giuramento, la predica di una specie di pretessa

predicatrice. che io mi sarei risparmiata volentieri, ecco.

poi finalmente l’inno, cantato in maniera impeccabile

da una cantante afroamericana di cui non ricorderò mai il nome,

accompagnata (soprattutto nei ritornelli) dalla folla.

il dato dava ancora un certo vantaggio a romney, in attesa che si sbloccassero gli stati chiave.

poi, tutto è successo nel giro di un minuto.

probabilmente si sono sbloccati contemporaneamente i risultati

della california e dell’ohio,

la california coi suoi 55 elettori ha un certo peso,

quindi siamo passati immediatamente in vantaggio,

e dopo un minuto dev’essere scattato anche l’ohio,

che ha decretato la vittoria dI Obama.

BOATO GENERALE.

potete immaginare, e se non potete

senz’altro l’avrete visto.

quindi non voglio soffermarmi troppo

su cose che a parole non si riescono nemmeno a trasmettere.

emozioni, pure e semplici emozioni.

lacrime piene di cose.

piene di gioia, fondamentalmente.

di sollievo e speranza abbracciati-

abbracci coi vicini, pure quelli che non conosci.

e poi di nuovo l’attesa, la musica, gente che balla, che canta.

fino a che romney (con un certo ritardo, ma cos’altro aspettarci da lui?)

si è deciso a mollare l’osso e ha fatto, bisogna dire, un buon discorso ai suoi.

così come era stato buono quello di McCain 4 anni fa.

E così finalmente, dopo un’altra mezz’ora d’attesa,

si apre il sipario e dietro ci sono….altri volontari.

Loro però scatenati come non mai, anche perché fino ad ora erano stati comodamente seduti,

e giuro che ce n’era uno vestito da blues brothers con gli occhiali da sole che ballava come un pazzo

agitando non una, bensì due bandierine americane.

invasati.

e poi, dopo l’attesa e con la fatica dentro alle ginocchia e la schiena dolorante,

finalmente è arrivato lui.

a 5 metri da noi.

una tipa accanto a me è svenuta.

a più riprese.

è arrivato lui con la famiglia ed erano così irreali lì davanti,

finalmente in carne ossa.

un prodotto mediatico così minuziosamente confezionato.

quando te li ritrovi davanti non sembrano veri.

ma lo sono.

come vere, straordinariamente vere e forti

sono state le parole del Presidente.

che mi hanno commossa, come e più di quattro anni fa.

un discorso splendido.

con passaggi memorabili,

soprattutto quelli più umani, che tradivano l’uomo, prima del gran comunicatore,

dal “by the way, we have to fix it” sulle lunghe code ai seggi,

al “but I think one dog is enough” intimamente dedicato alle due figlie.

dalla citazione di kennedy “non chiediamoci cosa può fare l’America per noi,

ma cosa possiamo fare noi per l’America”,

allo straordinario, devastante, sempre verde “we are more than just a sum of blue and red states.

we are, and forever will be, the united states of america”.

e poi, alla fine di tutto,

nell’esplosione della folla e tra i coriandoli,

sono scesi tutti.

tranne lui.

che è rimasto su quel palco a salutare con la mano,

quasi volesse accertarsi fosse arrivato a tutti.

non c’è che dire.

una grandissima emozione

che porterò dentro per sempre.

sperando che questa rielezione gli dia ancora più forza

per osare persino un tantino di più.

ma se penso all’immagine che mi ha più commosso, ieri sera,

è senz’altro quella di una coppia di due uomini abbracciati,

e a pochi metri dal Presidente.

un’immagine che racchiude in sé,

meglio di mille parole,

la portata straordinaria di questa vittoria.

qui le foto: http://www.flickr.com/photos/elly-esse/sets/72157631955255631/

e prestissimo il video!

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abbiamo vinto

abbiamo vinto.
e ho capito, poi, cosa voleva dire special guest. ero a cinque metri dal Presidente. mi è pure svenuta una accanto.

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