il ritorno

AVVISO: questo post è qualche riga più lungo del solito, ma ne vale la pena. e per chi arriva fino in fondo c’è una chicca da non perdere😉

col treno che mi porta all’aeroporto mi fermo anche in California. MAGARI.

è sempre difficile lasciare il suolo americano.

divento schifosamente emotiva, mi commuovo per ogni cagata.

ad esempio per la coincidenza di aver trovato, al gate, un tizio con un sacchetto della migros,

il nostro supermercato del cuore, che esiste solo in svizzera.

il volo da chicago è andato benone,

per un’ora ho dormito come un sasso

e per un’altra ho fatto la settimana enigmistica.

avevo comprato anche il blocco, all’andata

non mi son fatta mancare nulla.

ma non son riuscita a fare nemmeno un rebus in tutta la settimana.

in effetti eravamo troppo impegnati a vincere le elezioni.😉

come si fa a non amare questo paese, dopo tutto?

ma certo che ci sono mille criticità,

che anche il buon barack non è che possa essere

il mio candidato ideale da tutti i punti di vista.

insomma, io son di sinistra, e la sinistra per molti versi è un’altra roba-

l’imperialismo sotteso ad ogni politica estera americana

mi urta i nervi. e nonostante Obama sia di tutt’altra pasta,

non sfugge totalmente a questa tendenza nemmeno lui.

ma ripeto, sarei pazza se dimenticassi che il contesto politico è abissalmente diverso

dal nostro, e che non posso applicare gli stessi criteri di giudizio.

e poi, cm’on, è pur sempre un Presidente americano che oggi ha detto che i ricchi devono pagare più tasse.

cristo, qui il PD non riesce nemmeno a dire PATRIMONIALE a voce alta.

dicevo, ma come si fa a non amare un paese in cui

la verdura esposta al supermercato viene automaticamente spruzzata con acqua perché rimanga fresca,

in cui all’aeroporto ci sono dei colonnini appositi per ricaricarsi il telefonino,

e dove al cinema hanno i posti più comodi riservati per i disabili?

è un paese terribilmente naive, è un paese che deve imparare a cambiare radicalmente

il proprio stile di vita e di consumo (come tutti noi, del resto),

e che sta finalmente cominciando ad avere il coraggio di dirselo,

è un paese spesso ignorante ed autoreferenziale.

ma è un paese straordinariamente UMANO.

in cui la gente si saluta ancora per strada e negli ascensori,

che una roba così a milano se la sognano.

l’approccio è completamente diverso.

a tratti sembrerebbe forzosamente superficiale,

costruito, ma in realtà si tratta di una sensibilità diversa.

e da cui forse avremmo qualcosa da imparare.

l’affetto che ho ricevuto in questi giorni da completi sconosciuti

è qualcosa che non credo avrei potuto vedere in Italia.

la capacità pragmatica di mettersi al lavoro per un obiettivo comune

e costruire relazioni immediate ed immediatamente forti attorno a questo.

la sola idea di quelle telefonate fatte a casa di completi sconosciuti

per indirizzar loro un accorato appello a votare Obama,

raccontando le proprie ragioni,

riportata da noi farebbe ridere.

ma la naturalezza con cui le centinaia di volontari che mi son passati di fronte hanno affrontato questo compito

la dice lunga sulla differenza umana che sto cercando di tratteggiare,

di afferrare, ma le cui sfumature ancora mi sfuggono.

è un paese di rozzi educatissimi.

che non si dimenticano mai di offrirti una caramella

se ne prendono una per loro, ma al contempo ruttano per strada

e si grattano il culo.

prima sono atterrata a new york e non sono potuta uscire

dall’aeroporto. che frustrazione.

new york la bella, la ferita.

ricoperta da una coltre di neve dell’ultima tempesta,

ma col sole. stretta al cuore.

pensiero a chi ha perso tutto in poche ore.

mentre mi imbarcavo, poi,

ed ero tutta presa a dare al momento il consueto pathos

da saluto alla terra paterna,

allungo la carta d’imbarco allo stewart di american airlines

e lui mi risponde „thanks, baby“.

e con due parole ha letteralmente DISINTEGRATO

tutto il pathos.

invece delle lacrime me ne vado incredula con un sorriso.

sull’aereo per milano mi siedo accanto ad una signora

che più avanti mi accorgo non essere né italiana né americana.

dai lineamenti mi pare venga dall’est,

e che non capisca una parola né d’inglese né d’italiano.

ovviamente, in mezzo ai soliti zarri italiani di ritorno da new york,

tra cui uno che ho beccato mentre si fotografava con l’ipad le scarpe nuove di pacca,

la signora dell’est ha destato tutta la mia curiosità.

ho cominciato dalle ipotesi più probabili per poi scivolare inevitabilmente nella fantascienza.

il figlio vive a new york e si è sposato là, è la prima volta che vola ma non poteva mancare.

trasporta della droga per conto della criminalità organizzata.

è una spia. è il KGB.

a un certo punto ci portano degli stuzzichini che lei non riesce ad aprire.

mi offro di darle una mano e si crea una strano linguaggio

fatto di gesti, che se ci metti che quando lascio il suolo americano

mi commuovo per ogni cagata probabilmente mi metto a piangere dalla commozione.

ci manca solo che cominciamo a mimarci la storia della nostra vita.

insomma, non riesco nemmeno io ad aprirle sti cazzo di stuzzichini.

allora passa la hostess americanissma, sulla sessantina.

le chiedo un aiuto. lei prova, mi conferma che è in effetti un po’ duro.

e poi succede l’inverosimile.

la hostess si porta il pacchetto alla bocca, lo apre con un colpo secco di denti, e lo riallunga alla mia vicina.

„sorry about that“

io allibita.

l’ha fatto davvero.

rozzi educatissimi, ve l’avevo detto.

un’umanità diversa.

ad ogni modo, la mia misteriosa vicina mi ringrazia

con uno „spasiba“ e capisco che dev’essere russa.

ok, seriamente, che ci fa una donna russa, sola,

che non parla una parola di inglese né di italiano,

su un aereo da new york a milano?

è la madre di un boss della mafia russa a new york

che le ha pagato il volo per andare a trovarlo?

perché tiene la borsa sulle ginocchia

e non la molla nemmeno per mangiare?

nemmeno ora che sta dormendo?

COSA C’È NELLA BORSA?

mi fa una tenerezza invereconda,

prima guardava le immagini dello schermo che passa

„the amazing spiderman“ (bella merda, tra l’altro),

ma quando le offro le cuffiette, mi fa cenno di no

con la testa, sorridendo.

quando ci portano la cena ci chiedono „pasta or beef?“

e io per esperienza dico „beef“.

lei fa solo cenno di sì con la testa

e quindi allungano il beef anche a lei.

senza saperlo l’ho salvata.

guarda quella sottospecie di pasto

e mi sorride complice,

come a dire “manco da noi in siberia”.

di questo passo se a fine volo stiamo chiaccherando in russo non mi stupisco.

quando comincio a commuovermi anche per alcune scene a caso di spiderman,

capisco che forse ho uno sfasamento ormonale.

o forse è solo che ogni tanto non posso fare a meno

di ripensare a martedì sera,

a quell’omino magro magro che avevo a cinque metri,

che mi è sembrato anche lui così umano, per essere il leone che è.

e che ancora sento risuonare le sue parole epiche, l’eco degli applausi dei 16’000.

le lacrime, forti e calde. e benvenute.

e condivise.

mi mancherai, america.

che god ti blessi veramente,

nonostante tutto.

che tu possa crescere

e maturare,

e avere il coraggio di seguire fino in fondo

le linee tracciate da quello straordinario omino magro

che secondo me può fare grandi cose,

e può svegliare un paese terribilmente naive

dai sogni sbagliati, per realizzare quelli giusti.

quelli condivisi da tutti, senza frontiere,

quelli della mia generazione e di quelle dopo.

e per realizzarli anche prima di altri.

c’è una frase, in particolare, che mi ha emozionato

perché l’ho sentita dire a tante persone diverse martedì sera,

con la voce rotta dall’emozione,

e che mi ritorna in mente mentre

l’alba sulle alpi ci regala uno scenario mozzafiato.

la frase è: “they couldn’t buy it.

they couldn’t buy this election. they simply couldn’t.”

vero. la signora russa, pensando che dormissi,

mi tocca delicatamente il ginocchio

per avvertirmi che ci stanno portando da bere.

una premura dolcissima.

“coffee or tea?” “tea”, dico io. lei invece annuisce e basta.

la hostess le chiede: “sugar or milk?” lei guarda me disorientata.

io: “yes, sugar please.”

lei mi sorride,

ci beviamo il nostro té insieme,

guardando le alpi,

e non sapremo mai niente

l’una dell’altra.

ma è stupendo anche così.

e visto che questo post è stato troppo lungo,

voglio premiare chi è arrivato fino in fondo

con una chicca.

arrivata a lugano, ho completato la mia ultima missione.

portare a mio padre un biscotto da parte di mia cugina.

questo biscotto qui.

FOTTUTI GENI.

ci sentiamo ancora quando finisco di montare il video, keep in touch!

4 thoughts on “il ritorno

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