“we are and forever will be”

oggi mi sono presa una giornata libera,

domani riparto ed avevo bisogno di elaborare,

di lasciar decantare una serata densa come quella di ieri.

abbiamo lavorato al quartier generale fino alle 6,

chiamavamo ancora come pazzi in Iowa e Wisconsin (che tra l’altro abbiamo vinto ampiamente!)

poi io, Luca ed Elio ci siamo incamminati verso il Mc Cormick Place.

la struttura è imponente, a metà tra uno stadio, un’astronave ed un gigantesco centro commerciale.

una volta arrivati, abbiamo seguito i cartelli per gli special guest

e abbiamo cominciato a fare la fila per passare il primo di almeno 18 controlli diversi.

tutto organizzatissimo, ci si muoveva tra i cordoni

ed ogni ospite era esattamente dove si aspettavano che fosse.

lasciamo le giacche al guardaroba, in una stanza grande come montecitorio.

passiamo in un’altra sala, poi un’altra,

poi le scale mobili, accanto a noi una fontana (sì, proprio così)

che sputa l’acqua in alto (giuro),

soprannominata per l’appunto SPUTAZZI FOR OBAMA,

un altro lungo corridoio,

il fatidico metal detector (ora che tolgo tutto dalle tasche saranno le elezioni del 2016)

un altro corridoio, soffitti altissimi e suggestivi striscioni FORWARD sopra le teste.

finalmente entriamo nel salone centrale e c’è già una marea di persone.

l’impatto visivo è enorme. questi i posti li sanno scegliere, non c’è che dire.

è tutto tinto di blu e rosso, con alcuni megaschermi per seguire i risultati.

noi prendiamo la corsia per gli special e honored guest,

e ci ritroviamo d’improvviso su un tappeto rosso,

con tanto di giornalisti e riflettori.

e lì c’è stato uno dei momenti più belli della mia serata.

mentre percorrevo questo mini red carpet verso la nostra zona,

mi giro e vedo alcune delle volontarie con cui ho lavorato in questi giorni,

e allora cominciamo  a urlare tutte come invasate,

per la gioia di ritrovarci lì,

in mezzo a 16’000 persone. e la stampa che ci guarda e non capisce.

dopo i saluti, dritti fino alla nostra zona.

ora.

immaginate la mia faccia quando, arrivati al nostro posto, ci siamo trovati

a 5 metri dai microfoni che avrebbe usato il Presidente.

regalo infinito.

intorno a noi non si respira tensione, ma aria di festa.

chiunque abbia scelto il repertorio musicale da propinarci nell’attesa ha tutta la mia stima,

siam passati con scioltezza da springsteen, ai florence and the machine, da michael jackson  ai migliori pezzacci di dance anni settanta.

il posto si riempiva sempre di più, e ogni volta che arrivava un risultato positivo su uno stato, si alzava un urlo generale,

spesso, come quattro anni fa a Grant Park, senza nemmeno sapere bene perché.

eppure per almeno un’oretta buona, siccome arrivavano prima i risultati dei “red states”,

avevamo un dato che vedeva in vantaggio romney di una ventina di grandi elettori.

ma nel frattempo i dati in arrivo dalle consultazioni per il senato erano rassicuranti,

e sulla notizia del seggio vinto da elizabeth warren si è scatenato il putiferio.

durante la lunga attesa, oltre al delizioso repertorio vintage,

continuavano a passare i video della campagna di obama

ed altri spezzoni di discorsi, anche di michelle e joe biden.

ovviamente applausi e risate a scroscio.

poi, siccome gli americani fondamentalmente sono invasati,

è arrivato un tizio che si è girato verso un’enorme bandiera americana

che stava alla nostra sinistra, sopra i palchi con la tifoseria a sedere,

ed ha cominciato a fare un giuramento.

il che, non fosse abbastanza sconcertante già di per sé,

ci ha lasciati a bocca aperta quando le altre 16’000

persone intorno a noi hanno cominciato a spiattellare

il giuramento a memoria insieme a lui.

dopo il giuramento, la predica di una specie di pretessa

predicatrice. che io mi sarei risparmiata volentieri, ecco.

poi finalmente l’inno, cantato in maniera impeccabile

da una cantante afroamericana di cui non ricorderò mai il nome,

accompagnata (soprattutto nei ritornelli) dalla folla.

il dato dava ancora un certo vantaggio a romney, in attesa che si sbloccassero gli stati chiave.

poi, tutto è successo nel giro di un minuto.

probabilmente si sono sbloccati contemporaneamente i risultati

della california e dell’ohio,

la california coi suoi 55 elettori ha un certo peso,

quindi siamo passati immediatamente in vantaggio,

e dopo un minuto dev’essere scattato anche l’ohio,

che ha decretato la vittoria dI Obama.

BOATO GENERALE.

potete immaginare, e se non potete

senz’altro l’avrete visto.

quindi non voglio soffermarmi troppo

su cose che a parole non si riescono nemmeno a trasmettere.

emozioni, pure e semplici emozioni.

lacrime piene di cose.

piene di gioia, fondamentalmente.

di sollievo e speranza abbracciati-

abbracci coi vicini, pure quelli che non conosci.

e poi di nuovo l’attesa, la musica, gente che balla, che canta.

fino a che romney (con un certo ritardo, ma cos’altro aspettarci da lui?)

si è deciso a mollare l’osso e ha fatto, bisogna dire, un buon discorso ai suoi.

così come era stato buono quello di McCain 4 anni fa.

E così finalmente, dopo un’altra mezz’ora d’attesa,

si apre il sipario e dietro ci sono….altri volontari.

Loro però scatenati come non mai, anche perché fino ad ora erano stati comodamente seduti,

e giuro che ce n’era uno vestito da blues brothers con gli occhiali da sole che ballava come un pazzo

agitando non una, bensì due bandierine americane.

invasati.

e poi, dopo l’attesa e con la fatica dentro alle ginocchia e la schiena dolorante,

finalmente è arrivato lui.

a 5 metri da noi.

una tipa accanto a me è svenuta.

a più riprese.

è arrivato lui con la famiglia ed erano così irreali lì davanti,

finalmente in carne ossa.

un prodotto mediatico così minuziosamente confezionato.

quando te li ritrovi davanti non sembrano veri.

ma lo sono.

come vere, straordinariamente vere e forti

sono state le parole del Presidente.

che mi hanno commossa, come e più di quattro anni fa.

un discorso splendido.

con passaggi memorabili,

soprattutto quelli più umani, che tradivano l’uomo, prima del gran comunicatore,

dal “by the way, we have to fix it” sulle lunghe code ai seggi,

al “but I think one dog is enough” intimamente dedicato alle due figlie.

dalla citazione di kennedy “non chiediamoci cosa può fare l’America per noi,

ma cosa possiamo fare noi per l’America”,

allo straordinario, devastante, sempre verde “we are more than just a sum of blue and red states.

we are, and forever will be, the united states of america”.

e poi, alla fine di tutto,

nell’esplosione della folla e tra i coriandoli,

sono scesi tutti.

tranne lui.

che è rimasto su quel palco a salutare con la mano,

quasi volesse accertarsi fosse arrivato a tutti.

non c’è che dire.

una grandissima emozione

che porterò dentro per sempre.

sperando che questa rielezione gli dia ancora più forza

per osare persino un tantino di più.

ma se penso all’immagine che mi ha più commosso, ieri sera,

è senz’altro quella di una coppia di due uomini abbracciati,

e a pochi metri dal Presidente.

un’immagine che racchiude in sé,

meglio di mille parole,

la portata straordinaria di questa vittoria.

qui le foto: http://www.flickr.com/photos/elly-esse/sets/72157631955255631/

e prestissimo il video!

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