viaggio attraverso l’uragano verso chicago

chi mi conosce lo sa,

ci sono poche cose che mi piacciono come gli aeroporti. i non-luoghi.

dove è tutto così alienante che rimane a galla solo ciò che siamo davvero,

come se all’aeroporto fossimo tutti nudi su sfondo bianco.

esseri umani con le loro ansie, speranze e debolezze, ed appresso il bagaglio di una vita.

che il bagaglio dice tutto del proprietario, si sa, è come i cani nella scena iniziale della carica dei 101.

oggi sono partita presto con un regionale che mi ha portato da lugano a milano.

ho fatto il viaggio con davanti due donne comasche sulla quarantina che non hanno smesso per un secondo di parlare.  lavorano entrambe nel teatro lirico. la loro conversazione mi ha del tutto rapita. „ah beh certo che ricordo, quel capuleti è stato molto controverso. non lo so, io l’ho trovato fondamentalmente rumoroso“ „eh ma sai, sono scelte registiche.“

arrivata a linate la prima cosa che ho trovato sono loro. i „maratoneti a rischio“ dell’articolo di repubblica di ieri. sono VERI. si sono allenati un anno e ora non riescono a raggiungere new york per la maratona. da piangere.

comunque diciamocelo, ci ho messo una vita a decidere di partire.

ma se ti ammali tre giorni prima del volo,

se per raggiungere chicago devi passare attraverso un uragano,

e se ti viene il ciclo in aereo

allora è sfiga.

 

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